Fecondazione Assistita

PMA E TUMORE AL SENO: STUDI RECENTI RASSICURANO LE DONNE

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Quando si parla di terapie ormonali le donne spesso vanno in ansia: che si tratti della pillola anticoncezionale, della contraccezione d’emergenza o della terapia sostitutiva dopo la menopausa l’attenzione spesso si concentra più sugli effetti collaterali (compresa la paura di ingrassare o di vedere peggiorare la cellulite) e sui rischi per la salute, dalla trombosi al cancro, che sui benefici dei trattamenti. Preoccupazioni comprensibili, anche perché spesso causate da segnalazioni dei media non sempre corretti, obiettivi e completi.

È inevitabile quindi, che i timori e le preoccupazioni nei confronti degli ormoni di sintesi si siano estese anche alle pazienti che devono affrontare le terapie necessarie al trattamento di fecondazione assistita.

Queste cure spesso vengono ancora erroneamente definite “bombardamenti ormonali”: terminologia che mette bene in luce una preoccupazione diffusa, dovuta appunto a scarsa informazione, qualche volta alimentata dallo scetticismo degli stessi medici di base. Ma davvero il surplus di ormoni (estrogeni e progesterone) che si genera nel corso de tentativo di indurre l’ovulazione può contribuire all’insorgenza del tumore al seno, all’ovaio e all’utero?

Questo timore era emerso soprattutto nell’epoca pionieristica della procreazione medicalmente assistita (PMA), quando le terapie ormonali erano “rudimentali”, poco standardizzate; l’attenzione resta comunque alta anche ai nostri giorni, considerando che la diffusione delle tecniche in poco più di trent’anni ha permesso la nascita di  oltre cinque milioni di bambini nel mondo (12.658 in Italia nel 2015).

Già negli anni passati alcuni autorevoli studi controllati erano stati in grado di segnalare che non si osservava alcun aumento rispetto all’insorgenza di tumore del seno e dell’utero in donne sottoposte a iperstimolazione ovarica, oggi però ci sono studi molto più importanti che possono rassicurare le donne che si rivolgono alla PMA per la ricerca di un figlio. In particolare per quanto riguarda il tumore al seno (il più diffuso tumore femminile) non c’è nessun rischio aumentato dalla fecondazione in vitro: la probabilità che la donna possa ammalarsi resta identica a quella del resto della popolazione.

L’ansia attuale da parte dei medici che non si occupano di fecondazione assistita può essere in parte spiegata con il fatto che, anche se la paziente ha meno di 40 anni, viene prescritta una mammografia o un’ecografia senologica prima di cominciare il trattamento ormonale. La richiesta di queste indagini, in realtà, non è tanto legata al rischio della stimolazione (che non dura più di una decina di giorni), ma al fatto che la donna va – auspicabilmente – incontro a una gravidanza.

 E’ infatti il clima ormonale della gravidanza che costituisce davvero un “bagno ormonale” di nove mesi (al punto che non a caso la gravidanza ed il puerperio costituiscono uno dei periodi di maggiore rischio di trombosi venosa profonda nel corso della vita, tanto maggiore quanto più avanzata è l’età della donna). Il suggerimento quindi di eseguire mammografia e/o ecografia mammaria prima di iniziare il percorso di PMA si riconduce all’utilità per quelle donne che non hanno la fortuna di rimanere gravide in maniera spontanea e naturale, di partire senza preoccupazioni almeno dal punto di vista del rischio tumorale, soprattutto tenendo conto del fatto che le pazienti che si rivolgono alla PMA spesso hanno più di 35 anni. In altre parole i rischi oncologici ormono-dipendenti aumentano non tanto con  una stimolazione acuta effettuata con i farmaci, quanto con la stimolazione ormonale continua e naturale della gravidanza “per sé”.

In ogni caso, la stimolazione ormonale non cambia la condizione di rischio. Lo si evince uno studio condotto da un gruppo di ricercatori olandesi e pubblicato nel luglio 2016 su JAMA. Gli autori hanno analizzato il rischio a lungo termine (vent’anni) di ammalarsi di cancro della mammella in un gruppo di oltre 19mila donne che si erano sottoposte a una procedura di fecondazione in vitro tra il 1983 e il 1995, nei dodici centri autorizzati a effettuare procedure di PMA nei Paesi Bassi.

Gli autori hanno valutato anche altri fattori potenzialmente correlati allo sviluppo di una neoplasia: l’età del primo concepimento, il numero di parti e i tentativi di fecondazione in vitro affrontati. Hanno poi calcolato, in base al registro tumori nazionale, quante di queste donne si fossero ammalate di tumore al seno, hanno quindi confrontato questo dato con quello analogo dedotto da un pool di quasi 6mila donne che si erano sottoposte a trattamenti che non prevedevano la stimolazione ovarica e con quello relativo a un campione rappresentativo della popolazione generale.

Valutando lo stato delle donne all’età di 55 anni, a due decenni (in media) di distanza dai trattamenti, l’incidenza del tumore al seno è del 3 per cento nel gruppo di chi si è sottoposto alla stimolazione ormonale e del 2,9 per cento tra tutte le altre: nessuna differenza di rilievo.

Curioso, e nello stesso tempo ulteriormente rassicurante, il dato secondo il quale le donne che si sono sottoposte a sette o più cicli di stimolazione ovarica sembrano avere un rischio di malattia inferiore rispetto a quelle trattate con uno o due cicli. «Ciò significa che all’aumentare delle volte in cui ci si sottopone al trattamento, non cresce il rischio di ammalarsi di cancro», ha commentato la Società Americana di Medicina della Riproduzione.

La conclusione conferma alcune evidenze emerse negli ultimi anni. Già nel 2013, infatti, un gruppo di ricercatori israeliani e statunitensi aveva pubblicato su Fertility and Sterility i dati di una ricerca che escludeva un aumento di rischio oncologico.

«Oggi sappiamo che, almeno fino a due decenni dopo il trattamento, non c’è alcuna evidenza che provi un aumentato rischio di ammalarsi di tumore al seno, per le donne che si sono sottoposte alla fecondazione in vitro», è il commento di Saundra Buys, oncologa dell’Huntsman Cancer Institute dello Utah, non coinvolta nella ricerca.

Maria Teresa Truncellito                                           Alessandra Vucetich
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