Fecondazione Assistita

FERTILITA’: IL DONO ( da ELLE novembre 2016 )

la fertilità femminile si è ridotta

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Più asili, sostegni alle famiglie, congedi. E meno precarietà lavorativa: molto è stato rivendicato al ministro per la Salute Beatrice Lorenzin in occasione del primo Fertility Day lo scorso 22 settembre. Ma le pur giuste polemiche hanno anche mostrato quanta confusione regni sotto il sole sulla fertilità intesa come un aspetto fondamentale e trascurato della salute. L’Italia è tra i paesi europei in cui nascono meno bambini, 1,35 per donna (46,5 per cento le famiglie con figlio unico), l’età media al primo parto è 31 anni e mezzo e negli ultimi quattro  anni le quarantenni primipare sono passate dall’1,5 al 4 per cento. Ma se oggi le donne sono più in forma delle loro nonne, non è cambiato il fatto che la possibilità di concepire un figlio e di portare avanti la gravidanza senza problemi si riduce via via con il passare dei compleanni: chi immagina che tra i 40 e i 42 anni – circa un decennio prima della menopausa – la fertilità femminile si è ridotta al 5 per cento di quello che era a 25 anni? È vero che oggi le tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma) permettono maternità e paternità inimmaginabili fino a pochi decenni fa: ma non possono comunque correggere il danno sugli ovociti o l’impoverimento della loro riserva dovuti al passare del tempo.

Che sul tema ci sia confusione lo dimostra proprio un’indagine su tremila europei dell’istituto di ricerche francese Odoxa, con il supporto di Grupo Clinica Eugin (centro per la riproduzione assistita di Barcellona molto frequentato dagli italiani, che di recente ha aperto una clinica anche a Modena). Precisa Antonio La Marca, ginecologo e consulente sulla fertilità del Ministero della Salute: «E in Italia più che altrove emergono percezioni errate e resistenze per motivi etico-morali. Proprio cominciare dalla convinzione che, grazie alla scienza, la maternità si possa rimandare finché si vuole». Risultato: ogni anno oltre 71 mila coppie italiane si rivolgono agli esperti di Pma. Secondo il Censis, i partner hanno tra i 36 e i 40 anni e cercano un figlio in media da quattro anni. Nonostante gli ostacoli posti dalla Legge 40 siano ormai quasi completamente caduti, «Accedere alla Pma continua a essere problematico: per esempio, ci sono regioni dove mancano del tutto centri  per le tecniche in vitro», sottolinea La Marca. Facciamo il punto.

1 – Le tecniche di Pma queste sconosciute
Secondo la ricerca, solo il 53 per cento degli italiani è in grado di citare l’inseminazione artificiale, il 35 per cento la fecondazione in vitro e solo il 10 per cento la surrogacy (l’“utero in affitto”). Oltre sette italiani su dieci ammettono di essere male informati. In sintesi, quali sono le tecniche? Spiega Rita Vassena, direttrice scientifica di Eugin Group: «L’inseminazione artificiale, cioè la collocazione nell’utero degli spermatozoi che – per ostacoli anatomici, scarsa qualità o quantità – hanno difficoltà a raggiungerlo. Può essere omologa o eterologa, cioè con seme di donatore estraneo alla coppia. La fecondazione in vitro invece avviene all’esterno dell’utero. Si prelevano gli ovuli della donna, e in ciascuno, con un ago sottile, viene inserito uno spermatozoo (Icsi, Intra Cytoplasmic Sperm Injection). Una volta fecondato, il pre-embrione viene posto nell’utero. Lo sperma può essere anche quello di un donatore e l’ovulo di una donatrice (fecondazione eterologa)».

2 – Mamma prima è meglio
Per la maggioranza degli italiani il picco di fertilità della donna è 26 anni. E invece per la scienza è intorno ai 22: più ci si allontana, più si riducono le chance di gravidanza. Naturale, ma anche con la Pma. Spiega Alessandra Vucetich, ginecologa esperta in riproduzione assistita: «L’idea più diffusa è che finché le mestruazioni sono regolari si è fertili. E molte donne pensano di non avere limiti perché portano bene la loro età. Ma dai 35 anni la fertilità ha un calo fisiologico. Inoltre, c’è sempre di più una scissione tra sesso e procreazione: il sesso è ricreativo, se ci scappa un figlio bene, se no – si pensa – c’è la riproduzione assistita. Ciò contribuisce a distorcere la percezione che la capacità femminile di concepire e portare avanti la gravidanza è rimasta la stessa di sempre, anche se oggi abbiamo un aspetto più giovane delle nostre nonne». E si sono i cambiamenti sociali: «Sempre più coppie, anche giovani, hanno un’esigenza di “tecnologizzare” il concepimento perché, per ragioni professionali, vivono a distanza, lei a Londra, lui a Dubai, per esempio». Quindi, si fa sesso quanto e quando si può, e non necessariamente nel momento migliore del ciclo per avere un bambino. Aggiunge Rita Vassena: «Oggi l’età media della prima maternità è tra i 32 e i 36 anni, ma si prevede che si sposti più avanti nel prossimo futuro. E un figlio sarà sempre di più una corsa a ostacoli».

3 – Infertilità non significa sterilità
Per il 76 per cento degli italiani, l’infertilità (una donna su sei) corrisponde all’“impossibilità di avere un figlio” e non al più corretto “difficoltà di avere un figlio”. «Così ci sono coppie che perdono troppo presto la speranza», considera Rita Vassena. «L’infertilità è definita la mancanza di una gravidanza dopo un anno di rapporti non protetti. Ma ciò non significa che un figlio non arriverà mai, anche naturalmente. E la maggioranza delle persone che ci arriva con l’aiuto della medicina non è sterile». Le parole sono importanti. Ma secondo Alessandra Vucetich «È una distinzione un po’ superata. È vero che la sterilità è l’infertilità assoluta, ma soprattutto da un punto di vista medico-patologico. Come già sottolineato, tante coppie oggi sono infertili per stili di vita: si fa tanto sesso da ragazzi – e a 18-20 anni se non si usano precauzioni il rischio gravidanza indesiderata è alto – ma è difficile che una coppia di quarantenni, già in una situazione non ideale per la biologia del concepimento, abbia rapporti non protetti per un anno tutti i giorni, anzi. Ecco perché se è vero che infertilità e sterilità non sono sinonimi, nella realtà si sovrappongono molto».

4 – Al maschile: troppa noncuranza
Secondo dati del progetto SAM, Salute Al Maschile, della Fondazione Veronesi, l’80 per cento degli italiani non si è mai fatto visitare da un urologo, 31 per cento crede che l’Aids sia stata definitivamente sconfitta, il 43 per non sa che le malattie sessualmente trasmissibili (MST, una potenziale e diffusa causa di sterilità) si possono prevenire e solo il 16 per cento usa regolarmente il preservativo. «Dall’adolescenza, gli uomini dovrebbero imparare a evitare stili di vita nocivi per la vita sessuale: alimentazione non equilibrata, sovrappeso, fumo, abuso di alcolici,  sostanze dopanti e a eseguire l’autopalpazione degli organi genitali», sottolinea Michele Gallucci, presidente nazionale AURO, Associazione Urologi Ospedalieri. «Le patologie della sfera riproduttiva sono in crescita: dal varicocele – un ragazzo su quattro dai 15 ai 25 anni – alle MST fino all’ipertrofia prostatica benigna già dai 35 anni. Ecco perché tutti dovrebbero sottoporsi a una visita di controllo. E la vaccinazione contro il Papilloma Virus (HPV) è un fondamentale strumento di prevenzione che va preso in considerazione anche per i ragazzi».

5 – Eterologa, via libera ma non troppo
Dal 2014, grazie alla Sentenza n. 162 della Corte Costituzionale, la fecondazione eterologa è tornata ammissibile anche in Italia. «Un trattamento di Pma con spermatozoi o ovuli di donatori è la sola cura possibile per le coppie totalmente sterili», spiega Alessandra Vucetich. «Quando cioè l’uomo assenza di spermatozoi o la donna ha grave insufficienza ovarica per  menopausa precoce, esiti di chemioterapie o di interventi chirurgici». Anche se oggi le coppie non sono più costrette ad andare all’estero, nel settore pubblico l’eterologa si può fare con il ticket solo in quattro ospedali (su 369): il Careggi di Firenze, il Sant’Orsola di Bologna, l’Ospedale di Cattolica e l’Ospedale di Pordenone, con lunghe liste di attesa. Le cause? Intoppi burocratici e, soprattutto, la mancanza di donatrici di ovuli e di donatori di spermatozoi. «Oggettive difficoltà anche nel privato, che hanno già indotto qualche centro straniero (in particolare spagnolo) che già accoglieva molte coppie italiane ad aprire “succursali” nel nostro Paese per agevolare il percorso degli aspiranti genitori, attraverso la necessaria collaborazione di un esperto di Pma italiano», commenta la dottoressa Vucetich.

6 – E tu, doneresti?
Meta degli italiani sarebbe disposto a donare il proprio seme, ma il 68 per cento delle italiane non farebbe altrettanto con i propri ovociti per favorire l’accesso di altre donne alla Pma eterologa. Siamo in linea con le europee, con l’eccezione della Spagna, dove il 58 per cento delle donne si dichiara disponibile. Il rifiuto viene spiegato con la  mancanza di informazione (36 per cento), l’anonimato (32 per cento) e l’invasività del trattamento (25 per cento). Commenta Alessandra Vucetich:  «I centri di Pma italiani qualche disponibilità sul fronte maschile cominciano a trovarla, ma resta l’assenza di donatrici. È difficile superare la convinzione che bastino i gameti per far sì che quell’individuo sia tuo figlio,  una resistenza culturale intima e profonda. D’altra parte decenni fa non era nemmeno concepibile pensare di poter vivere col cuore o col sangue altrui, ed è comunque fuori discussione la genitorialità “del cuore”, e quindi di un figlio cercato in orfanotrofio o salvato dall’abbandono. Ci vorrà tempo». La legge italiana esclude il rischio di sfruttamento, perché la organi, sangue e tessuti possono essere solo donati. «Ma è così anche per la legge spagnola», sottolinea Rita Vassena: «In base alle direttive europee, la donazione deve essere altruista: le donatrici hanno diritto solo a circa mille euro di rimborso per gli  spostamenti e le ore di lavoro perse». Il ritratto della donatrice spagnola? «Nel 2015, si sono fatte avanti con noi oltre 3.500 donne: età media di 26,5 anni, il 42 per cento in coppia, il 45,5 per cento con figli, il 65 per cento lavora e il 71 per cento ha studi superiori. In Spagna la cultura della donazione è molto radicata: è il Paese leader mondiale dei trapianti e più del 17 per cento delle donazioni di organi europei proviene da qui. Credo che l’Italia risenta della mancanza di campagne di sensibilizzazione sul tema».

7 – Eppure qualcosa si muove
Pur con tutte le difficoltà, interventi di fecondazione eterologa cominciano a essere effettuati anche in Italia. Spiega Alessandra Vucetich: «Una possibilità è l’egg sharing: il centro di Pma, pubblico o privato, chiede alle pazienti la disponibilità a donare alcuni ovociti a donne che devono ricorrere all’eterologa. Non molte coppie se la sentono: comprensibilmente, perché cercano di sfruttare per sé tutte le possibilità a disposizione. Inoltre, trattandosi di coppie con patologie, i gameti possono non essere dotati delle maggiori possibilità di dare luogo a una gravidanza. Una seconda strada è quella del centro dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna: l’utilizzo di ovociti sovrannumerari congelati nei dieci anni della Legge 40, lasciati da pazienti che hanno beneficiato di trattamenti di Pma. Il problema è la disponibilità non infinita e la lista d’attesa assai lunga. Ulteriore opzione, l’acquisizione di ovociti congelati dalle banche estere di gameti: scelta fatta, per esempio, dall’Ospedale Careggi di Genova. Oltre al problema delle liste d’attesa nel pubblico, anche nel privato occorre affidarsi a centri di comprovata esperienza, perché la delicatezza della tecnica richiede operatori ad alta specializzazione per avere chance di una gravidanza. Quarta possibilità: fecondare gli ovociti nello stesso centro estero dove sono acquisiti e far arrivare in Italia gli embrioni gia formati e congelati. È così che operano, per esempio, l’Institut Marquès a Milano e la Clinica Eugin a Modena. L’embrione, meno fragile rispetto all’ovocita, potrà essere decongelato e trasferito nell’utero della donna, con migliori chance di una gravidanza».

8 – Social Freezing: non ci piace
Conservare i propri ovuli nella giovinezza per avere più possibilità di gravidanza in età avanzata è una possibilità offerta da molti centri di Pma privati anche in Italia. Ma il 62 per cento degli italiani è contrario: il 33 per cento ritiene sia “una tecnica contro natura o contraria alla religione”, il 30 per cento che “rafforzi l’idea che la maternità danneggi la carriera” e il 26 per cento che “si tratta di uno sfruttamento commerciale dell’apprensione delle donne”. E il 64 per cento è contrario alle aziende che offrono il sociale freezing come benefit. Dice Alessandra Vucetich: «Non c’è informazione, soprattutto nella classe medica. Il congelamento degli ovociti crea un “ponte” fra il momento biologico di maggiore fertilità e il momento sociale ideale in cui poterla usare: un gap di circa dieci anni. Nella mia esperienza, però, le ancora poche italiane che lo richiedono hanno 34-37 anni, un’età non ottimale quindi: si tratta di donne che hanno appena concluso una relazione e temono che l’attesa di un nuovo compagno possa essere lunga». Aggiunge la dottoressa Vassena: «C’è un pregiudizio negativo, l’accusa di egoismo e carrierismo: ma anche l’oltre 90 per cento delle più di 500 donne che il centro Eugin ha accolto per la crioconservazione degli ovuli ha dichiarato di farlo per mancanza di un compagno. Eppure, visto che in Spagna la fecondazione assistita è concessa anche alle single, avrebbero potuto accedere alla fecondazione eterologa e quindi cercare subito una gravidanza. Un figlio viene comunque immaginato in un progetto di coppia». Molti anche i falsi miti sulle donatrici “rimborsate”, e in particolare che siano in stato di bisogno. «Nel 2015, più di 3.500 donne di Barcellona si sono messe in contatto con la Clinica Eugin per diventare donatrici: età media 26,5 anni, il 42 per cento è in coppia, il 45,5 per cento ha un bambino, il 65 per cento lavora e il 71 per cento ha effettuato studi superiori», sottolinea la dottoressa Vassena.

BOX – Mamma anche dopo una grave malattia
In Italia meno del 10 per cento delle donne con una diagnosi di tumore accede a una delle tecniche di preservazione della fertilità. Il numero è leggermente superiore fra gli uomini, ma ancora troppo basso. Nel nostro Paese ci sono 319 Oncologie e 178 i centri di Pma che crioconservano i gameti, tessuto ovarico o testicolare. Ma va migliorata la comunicazione fra le due realtà e promossa una Rete nazionale dei centri di oncofertilità: è la richiesta contenuta nelle Raccomandazioni sull’Oncofertilità firmate da Associazione italiana di oncologia medica, Società italiana di endocrinologia e Società italiana di ginecologia e ostetrica. Il materiale biologico può rimanere crioconservato per anni ed essere usato quando il paziente ha superato la malattia. Un’importante iniziativa di crowfunding, alla quale tutti possiamo partecipare, è stata lanciata su Universitiamo (www.universitiamo.eu), la piattaforma dell’Università-Ospedale San Matteo di Pavia attraverso cui si possono sostenere, anche con un piccolo importo, attività di ricerca scientifica. Tra le quali “Madri oltre il tempo della malattia”: un progetto pensato da Rossella Nappi, responsabile del Centro di Ricerca per la Pma della Clinica ostetrica e ginecologica del San Matteo: i fondi consentiranno di accrescere e migliorare la strumentazione, le tecnologie e le attività del Centro con potenziando l’assistenza ai pazienti oncologici o con patologie che interferiscono con la fertilità futura.

Maria Teresa Truncellito
www.truncellito.com
mariateresa@truncellito.com


articolo tratto da Elle – novembre 2016