Fecondazione Assistita

ALLE DONNE SENZA UTERO NON PENSA NESSUNO

Maria Laura è una bella ragazza di 30 anni che vive a Teramo.

Ha scritto una lettera che ha mandato ad alcuni giornalisti.

«Si parla tanto di unioni civili, adozioni, uteri in affitto… Ne leggo sui giornali, ne ascolto alla tv e alla radio… Noi abbiamo una malformazione “invisibile” che si chiama Sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser. La chiamiamo Roki, è più semplice pronunciarla ma quanto è difficile accettarla: la nostra è una condizione congenita caratterizzata dalla mancata formazione della vagina e dell’utero. Da ragazzine ci sentiamo inferiori perché non abbiamo le mestruazioni come le nostre amiche. Non possiamo fare sesso, se non dopo lunghi e complessi interventi chirurgici, e abbiamo forti crisi di identità e di autostima. E non possiamo procreare. È difficile accettare che si parli di adozione e utero in affitto come fanno i media e i politici senza pensare che c’è qualcuno che li ascolta e che sta male per le loro parole discriminatorie. È tempo che si parli della possibilità per noi di scegliere il percorso della maternità surrogata, che ci permetterebbe di diventare madri di bambini geneticamente nostri. È tempo che si parli della possibilità per noi di poter adottare bambini senza lunghe liste di attesa… Ci sentiamo diverse più che mai e non credo sia giusto. Vorremmo solo far saper all’Italia che noi esistiamo, viviamo e combattiamo ogni giorno e speriamo in un futuro dove poter vedere i nostri figli giocare nel prato».

maternità surrogata fecondazione assistita -UTERO IN AFFITTO

La Sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser è nota ai medici. Ma ciò che colpisce è scoprire l’esistenza (dall’anno scorso, c’è anche un gruppo su Facebook, www.facebook.com/groups/sindromeMRKH) di un’associazione italiana di donne che ne sono affette. E, soprattutto, il loro coraggio di venire allo scoperto mettendo a nudo una malattia che afferisce agli aspetti più intimi e connaturati della femminilità.

E alla clinica, chi ci pensa?

Effettivamente sulla gestazione per altri in questi mesi è detto di tutto e di più, con schieramenti opposti tra chi pensa che sia una opportunità e chi una aberrazione, tra chi difende la genitorialità per tutti e chi ritiene che i figli non siano un diritto, tra chi pensa alle donne sfruttate e chi ai bambini senza amore.

Al di là dei toni, ci sono state anche posizioni equilibrate e condivisibili, come il recente editoriale di Concita Di Gregorio su Repubblica del 1 marzo 2016, intitolato I diritti dell’amore e quelli dei bambini. Gli aspetti sociali, etici e di costume sono stati sviscerati da ogni punto di vista. Ma quello che sembra mancare è esattamente ciò che Maria Laura richiama nella sua lettera: l’attenzione alla clinica.

La gestazione per altri, con il ricorso all’utero di un’altra donna per portare avanti una gravidanza che altrimenti non sarebbe possibile, è prima di tutto la risposta della medicina di oggi a un problema grave di salute. O più esattamente di infertilità. È stato così negli Usa, quando sono arrivati agli onori della cronaca i primi casi di – espressione bruttissima – “utero in affitto”, ossia gravidanze conto terzi impossibilitati per ragioni di salute e regolate da accordi contrattuali.

La risposta della medicina a un problema di salute

È stato così anche in Italia: vent’anni fa, prima della legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita che lo avrebbe vietato, Novella, all’epoca ventitreenne che aveva perso l’utero in seguito a una gravidanza finita male al nono mese, aveva tentato la strada della maternità surrogata con l’aiuto della madre e i gameti suoi e di suo marito.

«Due gravidanze purtroppo sono terminate dopo qualche settimana e altri due tentativi non hanno dato luogo a una gestazione», ha raccontato a una conferenza stampa alla Camera dell’Associazione Luca Coscioni. «Poi sono cominciati gli attacchi. Ci chiamavano ‘demoni’, ci insultavano. L’Ordine dei medici ci ha vietato di proseguire. Si è offerta anche mia sorella di aiutarmi, ma era troppo giovane. Abbiamo lasciato stare».

La gestazione per altri nasce dunque innanzitutto come uno scambio tra la capacità di portare avanti una gravidanza e il sogno di genitorialità di chi non lo può realizzare in proprio per motivazioni mediche: mancanza di utero dalla nascita, asportazione chirurgica per fibromatosi, cicli emorragici, tumori, complicanze del parto, aborti ripetuti, fallimenti di altri trattamenti di procreazione medicalmente assistita… Ci sono molte donne che hanno questi problemi di salute. La medicina ha cercato risposte, e la strada, almeno per il momento, è la gestazione per altri. Vari paesi hanno trasformato questa soluzione medica in un diritto riconosciuto per legge, con diverse modalità e limitazioni: dal Canada, dove è gratuita e regolata da contratti privati, agli Usa, dove ogni stato ha la sua legislazione, alla Russia, che la prevede solo per le coppie eterosessuali, all’Inghilterra dove è permessa tra parenti, ma vietata ai single, fino all’India, dove è vietata ai cittadini stranieri.

Genitori solo per… genetica?

Al di là delle leggi, ci sono alcune inevitabili domande. Nella discussione sulla liceità della fecondazione assistita eterologa, che prevede cioè l’utilizzo di uno o entrambi i gameti di donatore estraneo alla coppia, i cattolici sostengono il rispetto della genetica dei genitori. Nella gestazione per altri, e quindi sotto il profilo medico-scientifico, il problema non si pone perché il bambino avrà i geni dei propri genitori, anche se la sua gravidanza l’ha portata avanti un’altra donna .

Ma la questione finisce davvero qui? Chi è madre? Solo colei che che trasmette i propri geni? È una posizione difficile da sostenere, esistendo da sempre molteplici forme di genitorialità che non passano né attraverso forme medicalmente assistite di procreazione né maternità surrogate. D’altra parte, la questione non è così campata in aria, se solo qualche settimana fa il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni ha sostenuto con forza le ragioni di un bonus bebè non concesso alle famiglie con bambini adottati «perché è una misura per la natalità, non a sostegno della famiglia», suscitando lo sdegno di coppie che si sentono comunque e giustamente «genitori al 100 per cento».

Il diritto umano a diventare genitore

Altra domanda cruciale: i figli sono un diritto? Di nuovo, il quesito esula dall’ambito clinico: la medicina cerca una soluzione a un problema di salute, e non c’è dubbio che la salute – e quindi la soluzione per “quel problema” – sia un diritto della persona.

Ma il diritto alla riproduzione è stato ripetutamente sancito anche in ambito internazionale: per esempio, dalla Conferenza Internazionale delle Nazioni Unite sui diritti dell’uomo, tenutasi a Teheran nel 1968 dove “diritti riproduttivi” sono stati per la prima volta presi in considerazione e qualificati come diritti umani o dalla Conferenza Internazionale del 1994 del Cairo su Popolazione e Sviluppo, rafforzati dalla Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne di Pechino del 1995 che ha decretato “I diritti umani includono il diritto ad avere controllo e a decidere liberamente e responsabilmente circa la propria sessualità, la propria salute sessuale e riproduttiva, senza coercizione, discriminazione e violenza”.

E anche la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo riconosce il diritto di fondare una famiglia e di decidere il numero e l’intervallo dei propri figli. Gli altri diritti civili connessi alla sessualità e riconosciuti a livello universale si rifanno direttamente al diritto all’informazione e alla salute.

Disciplinare il come, non il perché

Ci si chiede anche se sia corretto parlare di libertà della donna di disporre del suo corpo al punto di prestare il suo utero a un’altra perché possa diventare madre. In futuro ci potranno anche essere soluzioni diverse, come il trapianto di utero che ha già permesso addirittura delle gravidanze. Ma siamo ancora in un ambito molto sperimentale e quindi, almeno per il momento, non si tratta di una strada realmente praticabile.

Così come succede per la donazione d’organi e tessuti, oggi l’unica possibilità per salvare la vita di pazienti affetti da malattie non curabili altrimenti, in attesa che la medicina rigenerativa ci permetta di avere “organi di ricambio” costruiti con le nostre cellule staminali. E così come la legge vieta il commercio di organi e persegue penalmente gli espianti criminali nei paesi in via di sviluppo, là dove la maternità surrogata è legale ne sono stati definiti i confini: in California, in Russia e Ucraina, per esempio, la donna deve aver già avuto figli ed essere economicamente autosufficiente.

Di sicuro il rischio di sfruttamento di condizioni di grave bisogno deve essere in tutti i modi scongiurato, e le normative e le esperienze messe a punto nei paesi occidentali – o comunque con condizioni sociali e culturali molto vicine a quelle dell’Italia – devono essere guardate con molta attenzione.

Maria Teresa Truncellito                                           Alessandra Vucetich
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